sabato 31 marzo 2012

La Storia di Lisey di Stephen King

Rileggere Stephen King dopo tanti anni mi ha fatto riscoprire un autore vecchio e nuovo allo stesso tempo. Ho ritrovato lo stesso stile di scrittura fluido e avvincente che ricordavo, le stesse cento pagine che potevano essere sintetizzate ma ho anche scoperto un King nuovo, maturo e romantico.
La storia di Lisey nonostante gli incubi e l'orrore, racconta una storia d'amore, una struggente storia d'amore e di un'infanzia sofferta. L'orrore e' sempre dietro l'angolo ma diventa secondario. King stupisce per la sua sensibilita' e la sua capacita' di emozionare profondamente e in alcuni passaggi il romanzo e' decisamente commovente.
La storia di Lisey e' un racconto fatto di ricordi, di continui flashback che si sovrappongono al presente. Un intreccio tra ricordi e vita quotidiana, perfettamente narrato dall'autore. Le narrazioni e i narratori s'intrecciano e si sovrappongono, anche se in realta' il nostro tramite con la storia e' sempre Lisey. Una narratrice che ricorda con sofferenza e ci svela lentamente i dettagli della storia per alleviare il suo dolore. 
Un affascinante racconto nel racconto ricco di stile e sfumature. La traduzione in italiano non deve essere stata una questione semplice visto il numero di neologismi presenti nel romanzo.

giovedì 29 marzo 2012

Dei miei sospiri estremi di Luis Buñuel


In questi due anni ho riscoperto una mia passione mai sopita, quella per il Surrealismo e ho scoperto diverse autobiografie che mi stanno permettendo di scoprirlo un po' meglio. I suoi lati oscuri, i suoi lati sempre affascinanti e le motivazioni del fallimento, perché in realtà credo che il loro progetto sia fallito, come un po' tutte le avanguardie. Il fascino dei protagonisti di quel movimento rimane ma la loro arte si è persa nella pubblicità e nelle copie scadenti.

L'ultima lettura è stata quella dell'autobiografia di Luis Buñuel che mi ha affascinato in principio per il suo titolo e poi per il personaggio di cui ho visto alcuni film. Un personaggio finora da me conosciuto come l'alter ego di Dalì ma che dopo la lettura di questa bellissima autobiografia se ne discosta ampiamente.

Questa autobiografia di Buñuel è difficile da raccontare perché rimane molto ma che non riesco ad esprimere. Durante la lettura non ci si annoia e si ride, ci si emoziona e si gode delle sue storie e della sua vita e del suo modo di raccontarle. Non è necessario essere d'accordo al 100% con tutto quello che dice ma ne esce il ritratto di un personaggio particolare e affascinante. Un vero surrealista che ha fatto di questo spirito una delle linee guida della sua vita, certo se lo è potuto permettere...Dai suoi film ai suoi scherzi hollywoodiani fino alle scelte lavorative. Lasciò la Spagna per Parigi, Parigi per New York, New York per Los Angeles per approdare in Messico dove tra alti e bassi ha trovato il modo di esprimere il suo cinema, senza compromessi, se non quelli con i budget ridotti.

L'autobiografia di Buñuel è affascinante perché lui stesso riconosce le lacune della sua memoria e trasforma di fatto l'autobiografia in un romanzo... "In questo libro semibiografico, nel quale mi capiterà di perdermi come in un romanzo picaresco, di abbandonarmi al fascino irresistibile del racconto inaspettato, forse, malgrado la mia vigilanza continuerà a  sussistere qualche ricordo fasullo".  Dedica molto dei suoi racconti ai surrealisti, alle diverse anime e agli scontri nel gruppo. Riconosce i limiti di alcuni e i pregi di altri. Riconosce anche la sconfitta del movimento..."Il movimento surrealista si preoccupava poco di entrare gloriosamente nelle storie della letteratura e della pittura. Il suo desiderio primario, desiderio imperioso e irrealizzabile, era trasformare il mondo e cambiare la vita. Su questo punto - l'essenziale - una breve occhiata intorno, e il fallimento salta subito agli occhi."

Parla molto di Dalì ovviamente. Hanno scritto insieme e in perfetta sintonia Un chien Andalou e si sono allontanati molto nel corso degli anni. Secondo Buñuel il motivo del cambiamento di Dalì è stato Gala, l'amore del pittore, che lo ha guidato e gestito, lui che non aveva senso pratico. Dalì dichiaro nella sua autobiografia l'ateismo di Buñuel mettendolo nei guai e quando lui chiese spiegazione Dalì rispose "Ho scritto quel libro per farmi un piedistallo, per farlo a me. Non a te". Nonostante ciò Buñuel definisce Dalì
un genio e Picasso solo un pittore.

Buñuel parla del caso, di Dio e sul Ateismo dice "credere o non credere e' la stessa cosa"... Parla dei suoi film raccontando poche cose legate ad ogni film anche se dice "non ho nessuna voglia di passare in rivista tutti i miei film e dire cosa ne penso - non spetta a me farlo. Inoltre, non credo si possa confondere una vita con un lavoro." Parla del cinema e del suo difficile rapporto con Hollywood. Fa una lista di tutto quello che ama e che odia e il consiglio che ci dà è di fare altrettanto e parla dei suoi aperitivi che arriveranno alla fine a scandire la sua giornata.

Le ultime pagine sono dedicate alla vecchiaia e alla morte e sogna un ultimo scherzo per i suoi amici..."Adesso che mi avvicino all'ultimo respiro, immagino spesso un'ultima burla. Faccio convocare alcuni vecchi amici, atei convinti come me. Sono tristi, intorno al mio letto. A questo punto entra un prete, che ho mandato a chiamare. Con grande scandalo degli amici, mi confesso, chiedo l'assoluzione di tutti i miei peccati e ricevo l'estrema unzione. Dopo di che, mi giro su un fianco e muoio". Surrealista fino in fondo. 

mercoledì 28 marzo 2012

La strada di Cormac McCarthy


Un uomo e un bambino, un padre e un figlio, sono questi i protagonisti senza nome del romanzo post apocalittico di Cormac McCarthy che racconta i due alle prese con un viaggio verso sud. Il loro viaggio percorre un mondo post bellico o semplicemente un mondo alla deriva a causa dell'inquinamento e dell'incivilta'. In questo loro viaggio incontreranno ladri e cannibali che catturano i sopravvisutti per mangiarli. Un racconto in movimento eppure immobile perche' dopotutto succede pochissimo nonostante il viaggio sia lungo.

Il romanzo e' tutto questo, un semplice viaggio agghiacciante in un mondo che non esiste piu' dove regna la legge del piu' forte e dove in mancanza di animali, tutti estinti, la sopravvivenza e' legata alla ricerca di cibo in scatola, l'ultimo scacco del consumismo imperante? Un mondo di prede e cacciatori dove le alternative sono azzerate.

E' un libro affascinante e allo stesso tempo agghiacciante, un libro fatto di frammenti e di vuoti da riempire, dove spetta al lettore recuperare le fila del racconto e collegari i vari frammenti per capire lo scenario e tutto quello che e' accaduto prima del racconto.

La scrittura di Cormac McCarthy e' cruda e tagliente, e' emozionante e va dritta al punto. La sua puo' essere una denuncia di un mondo alla deriva dove inquinamento e consumismo hanno preso il sopravvento e dove i rapporti tra le persone sono sempre piu' carenti. Un racconto arricchito da un particolare rapporto tra un padre e un figlio, distanti eppure vicini.

martedì 27 marzo 2012

Salvador Dalí - Diario di un genio

Salvador Dalí è un genio? La domanda nasce leggendo questo suo autocompiaciuto diario dove parla di stesso e dove racconta solo quello vuole. L’autore/artista dichiara di omettere volutamente alcune parti perché un giorno qualcuno gli chiederà di scriverle e pubblicarle.


Questo Diario di un genio di Dalí è biograficamente interessante nella prima parte dove racconta la sua infanzia e il suo rapporto con il padre e con… Nietzsche. Dove ci racconta il perche’ dei suoi baffi e quello che pensa di Proust. Vengono anche svelati i suoi attriti con i surrealisti e con Breton. 

Insomma poche pagine che raccontano molto e poi l’aspetto autobiografico si frammenta in tanti piccoli episodi, in scene di normale quotidianita’ di un’artista autodefinitosi genio. Dipinge, parla del suo amore per Gala, dei suoi piccoli incontri. Una raccolta di episodi, d’impressioni e opinioni tutto in un periodo di due anni a Port-Lligat.

E’ una specie di diario del superfluo, che ci vuole dare degli spunti per inquadrare il personaggio o forse vuole solo depistare chi lo legge. Dalí gioca con il lettore curioso? Alla fine della lettura pero’ non c’e’ la soddisfazione di aver scoperto qualcuno e di averlo compreso e non sono rimasto incuriosito dal personaggio. Una lettura che serve a far capire chi Dali’ potrebbe essere, un pazzo che non e’ un pazzo. Probabilmente tutto Dali’ e’ nei suoi baffi e non mi appassiona. Lasciamolo ai suoi quadri, forse e’ meglio. 

lunedì 26 marzo 2012

Cinema Totale di René Barjaval


Il mondo, come l’uomo, non può ritornare indietro alla sua giovinezza. Non rimpiangiamo ciò che non c’è più. Lasciamoci al contrario meravigliare da ciò che intravediamo dell’avvenire.

Il saggio di René Barjaval su cinema e tecnologia conquista fin dalle prime pagine anche perché tra le sue pagine c’è tutta la passione per il cinema come mezzo tecnico per creare emozioni. Un saggio sullo sviluppo della tecnologia al cinema che si traduce in una sorta di romanzo, una narrazione sul cinema e sulle sue potenzialità passate e future.
L’idea di cinema dell’autore rapisce e permette d’interpretare anche il cinema odierno, nonostante si parli di un libro degli anni 40. Un libro da trascrivere per intero per raccontarlo e difficile da rendere in poche parole. Tra le pagine più belle ed emozionanti ci sono quelle che raccontano l’uomo del popolo che va al cinema, entra in sala e rapito dalla poesia del cinema non pensa più a nulla, come se tutto sparisse. Dopotutto è sempre stata questa la magia del cinema.
Per realizzare questa magia, secondo Barjaval il cinema deve essere totale, cioè tutti gli elementi che compongono il film  (suono, immagine, dialoghi, colore) si devono integrare in armonia per creare poesia e diventare il mezzo d’espressione del genio.
Questo in estrema sintesi quello che ci racconta l’autore che dedica un capitolo per ogni tematica ed evoluzione tecnica. Parla del suono al cinema e sostiene che il dialogo non deve descrivere l’azione ma aggiungere la sua poesia alla poesia dell’immagine. Sul colore dice non abbiamo bisogno della cinepresa per sapere che il cielo è blu, il prato è verde e l’abito rosa. Il cinema deve impiegare il colore più come elemento drammatico e poetico che come mezzo descrittivo.
Barjaval parla anche di cinema in rilievo, ricorda qualcosa? Il cinema 3D era un desiderio antico e a quanto pare sembra che anche i fratelli Lumiere abbiano fatto degli esperimenti con occhialini considerati poi troppo poco precisi e troppo invasivi per la vista del pubblico. C’è sempre stato il desiderio di avvicinare l’immagine cinematografica al reale fino a rendere l’illusione del cinema sempre più perfetta. Questa illusione del reale secondo Barjaval non deve essere fine a se stesso ma deve diventare un gioco e non un semplice documentario del fantastico.

Più il vocabolario del cinema, vocabolario di suoni, di immagini di colori, di volumi si arricchirà, più l’autore di film dovrà sottoporlo a una sintassi rigorosa. Non per assoggettarsi a un piatto realismo, ma per trascinare la folla, grazie alle apparenze materiali della verità, nel cuore stesso della poesia.

Nel libro di Barjaval la tecnologia al cinema e’ raccontata non solo in termini di poetica e meraviglia ma c’e’ anche una riflessione su quanto impatto questa tecnologia possa avere sulla distribuzione dei film e sull’impatto sociale e culturale di un cinema capillare che raggiunge tutte le case, con una conseguente omologazione…forse voleva parlare di TV.
La profonda passione per il Cinema che si legge tra le pagine di questo libro e’ forte e l’autore lo dimostra anche immaginando un cinema istituzionalizzato in tutti i suoi aspetti. Un cinema che deve essere insegnato a tutti, perché anche se tutti non diventeranno autori, saranno un pubblico istruito e sapranno valutare quello che vedono.  Una riflessione importante in un momento nel quale la cultura e l’istruzione non sono di certo all’ordine del giorno. In ogni momento ci dobbiamo ricordare che l’istruzione e la cultura non sono spese da sostenere ma investimenti per il futuro di intere generazioni.

Per anni si dimenticherà completamente il bianco e il nero, così come si è dimenticato il silenzio dopo l’invenzione del parlato. Un innovatore ardito li introdurrà un giorno in mezzo a scene colorate e farà gridare al miracolo.

domenica 25 marzo 2012

E poi siamo arrivati alla fine di Joshua Ferris


E poi siamo arrivati alla fine racconta la vita d'ufficio di un'agenzia pubblicitaria nel periodo della crisi economica statunitense. La storia si svolge durante un intenso periodo di licenziamenti e tra pettegolezzi, riunioni, campagne pubblicitarie mancate ci mostra la diversa umanita' che popola l'ufficio.
Il romanzo e' leggero e intenso al punto giusto e in alcuni punti e' abbastanza godibile da leggere anche se le ombre non mancano. Nel racconto ci sono spesso delle lungaggini che a mio parere potevano essere evitate. I diversi episodi raccontati hanno l'obiettivo di far riflettere in un certo senso sulle dinamiche, a volte spietate, dell'ufficio e alla superficialita' di alcuni rapporti umani. Il problema e' che molti episodi sembrano ripetere con diversi scenari sempre le stesse cose senza portare nulla di nuovo.
Un'altra caratteristica un po' particolare del romanzo e' il racconto in prima persona che ad un certo punto cambia narratore per poi tornare a quello precedente. Una scelta che potrebbe sembrare normale ma che invece risulta un po' stonata e non troppo giustificata.
I dialoghi in generale sono brillanti anche se nella parte centrale del libro il ritmo rallenta e l'attenzione verso la storia cala. E' comunque un libro da consigliare sopratutto a chi vive buona parte della giornata in ufficio perche' nel libro si riconoscono diverse situazioni della quotidianita' lavorativa.
Alla fine della lettura ci domandiamo chi siano le persone che ci circondano per buona parte della giornata, cosi' familiari ma in fondo cosi' estranee e sopratutto rimane un po' l'amarezza di prendere coscienza del fatto che probabilmente la vita d'ufficio ci appartiene piu' di quanto noi apparteniamo al tempo libero.

Aspettando i barbari di J. M. Coetzee


Il primo pensiero leggendo la prima parte del romanzo di Coetzee è Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati per il clima d'attesa che si crea all'inizio della storia e per il senso di angoscia e ansia. Gli sviluppi del romanzo di Coetzee sono però altri e più la narrazione procede e maggiore è il distacco dal bellissimo romanzo di Buzzati. La forza del romanzo di Buzzati, infatti, sta nella creazione di un'atmosfera angosciante, di ansia, di attesa portata alle estreme conseguenze per tutta la narrazione, un racconto che catapulta il lettore in una spirale di malessere. Un libro assolutamente da leggere che può lasciare profondi segni in chi lo legge, almeno con me lo ha fatto.
Aspettando i barbari di J.M. Coetzee è un bel romanzo che però non ha suscitato le stesse profonde emozioni del Deserto dei Tartari ma nonostante ciò è ricco di riflessioni interessanti, sopratutto per le tematiche trattate. Il libro è stato pubblicato nel 1980 ma sembra un'inchiesta sui nostri tempi, sulla nostra contemporaneità e sulla politica mondiale. 
Nel romanzo è evidente il tono di accusa contro un certo tipo di sfruttamento e annientamento culturale e militare, contro lo schiacciamento dell'Altro e della sua cultura. Lo straniero e la sua cultura vengono denigrati e poi sfruttati. Nella narrazione l'autore come un veggente parla del futuro e di come i barbari, i loro manufatti e la loro cultura verranno considerati. Il romanzo narra una storia ma narra anche la ciclicità della Storia, ci saranno sempre nuovi barbari finché se ne avrà necessita, finché il nemico e la violenza contro l'altro, contro lo straniero sono l'unica arma per unificare una società che di civile ha ancora poco. 
A questo proposito sono agghiaccianti le scene più violente del romanzo dove i barbari e il protagonista stesso diventato in un certo senso barbaro agli occhi di tutti, vengono torturati e sbeffeggiati pubblicamente in piazza. Scene che rimandano all'odierna attualità dove la violenza contro l'altro, fisica o psicologica, è all'ordine del giorno nelle pubbliche piazze televisive.