lunedì 12 marzo 2012

Crash di J.G Ballard


Crash è un romanzo che ruota attorno alle automobili e su come esse possano generare desiderio sessuale. "Per lui, ferite del genere erano le chiavi di una nuova sessualità, generata da una perversa tecnologia; e le loro immagini stavano appese nella sua galleria mentale come oggetti esposti in un museo da macello."
E' un romanzo che va letto senza preconcetti, si deve accettare ciò che viene raccontato. Solo questo approccio al libro può permettere al lettore di penetrare nel profondo della psicopatologie umane. Solo in questo modo il lettore può capire quanto la tecnologia è entrata così a fondo nella nostra vita.
In Crash si parla di automobili perchè sono la più quotidiana delle tecnologie. Le automobili sono ormai parte integrante della vita di ognuno. Da queste premesse parte Ballard e ci trascina all'interno di menti perverse che provano godimento nell'incidente stradale. Solo nelle automobili hanno piena soddisfazione i loro piaceri sessuali.L'autore spinge al limite il racconto e la narrazione diventa a tratti pornografia. Solo in questo modo riesce a dare una forma narrativa alle sue idee.
Scritto negli anni 70 e letto oggi, il romanzo non perde d'impatto e molte volte mi ha fatto pensare al rapporto che molti hanno con l'automobile, soddisfatti di fare chilometri all'interno dell'abitacolo metallico, soddisfatti di tenere lucide e linde le loro automobili e fieri di ostentarle di fronte agli amici. Non penso che il romanzo sia eccessivo, non penso che l'utilizzo della pornografia sia voyeuristico, tutto è una metafora eccessiva di quello che realmente potrebbe essere il rapporto perverso eppure normale con l'auotomobile e la tecnologia. Dopotutto parliamo di fantascienza che con Ballard tocca vette di profondità analitica eccezionali. E poi come lui stesso dice nella postfazione Lo scrittore non ha più una posizione morale: offre al lettore i contenuti del proprio cervello, sotto forma di una serie di possibilità alternative fantastiche.Questo romanzo è uno di quelli in cui il gradimento personale e soggettivo non conta più di tanto. E' un romanzo disturbante che quasi mai mette a proprio agio ma non crea distacco con il lettore. C'è una sorta di attrazione/repulsione che affascina e rapisce. Che dire leggere questo romanzo e la sua bellssima postfazione rende ancora più malinconica l'idea che J.G Ballard non ci sia più.

Necropoli di Boris Pahor è un libro che parla della vita in un campo di concentramento. E' la storia di un uomo che torna nel suo campo di prigionia da "turista" dopo la fine della guerra ma che turista non è. L'aspetto a livello letterario più affascinante di questo romanzo biografico è il continuo rimando tra presente e passato. Un presente che è una visita al campo e dove il protagonista/autore si mescola e si distanzia dai curiosi turisti. Il passato è la prigionia raccontata in modo crudo e diretto senza compassione per sé stesso, anzi l'autore ha il senso di colpa di esserne uscito vivo mentre molti, troppi, non sono usciti vivi dalla prigionia.
L'altro aspetto che è affascinante di questa narrazione è che racconta in modo dettagliato quello che vivevano nel campo, le loro sensazioni, la loro distanza dalla realtà e dal mondo.

"Mi viene da pensare che le prime volte neppure io ero conscio di quale materiale fosse usato dal fuochista per scaldare l'acqua; eppure sento che, anche se l'avessi saputo, nulla sarebbe cambiato nel mio stato d'animo. Questa insensibilità mi contraddistingue nella folla dei gitanti domenicali; allo stesso tempo mi pare che i morti, allora, offrendomi in dono un po' di acqua calda, mi abbiano accolto in una confraternità più sacra di tutte le confraternite generate dalle religioni."

Un estratto che eprime chiaramente quello che con le mie parole è difficile da sintetizzare.
E' un racconto difficile da leggere, sia per i contenuti che per lo stile che non aiuta il lettore. Ho trovato non poche difficoltà ad entrare in questa narrazione con pochi a capo e con capitoli lunghissimi. Forse questa necessità di una totale immersione nella parola scritta era voluta dall'autore per incidere più a fondo l'animo di chi leggeva, per non rendere semplice una storia che di semplice aveva ben poco.

domenica 11 marzo 2012

La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano


La storia narra di due bambini che diventano ragazzi e poi adulti. Alice e Matteo vivono vite parallele che s'incrociano nel corso della narrazione. Hanno in comune un animo solitario e un grosso dramma nella loro vita. Tra amori tormentati e violenze adolescenziali il libro narra semplicemente la vita di due persone che vivono ai margini, non tanto della societa' ma dei sentimenti.
Lo spunto iniziale del romanzo e' molto interessante: raccontare la storia di due anime sole e solitarie che probabilmente si amano ma non s'incontrano mai paragonandoli ai numeri primi.

"Nella serie infinita dei numeri naturali, esistono alcuni numeri speciali, i numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno. Se ne stanno come tutti gli altri schiacciati tra due numeri, ma hanno qualcosa di strano, si distinguono dagli altri e conservano un alone di seducente mistero che ha catturato l’interesse di generazioni di matematici. Fra questi, esistono poi dei numeri ancora più particolari e affascinanti, gli studiosi li hanno definiti “primi gemelli”: sono due numeri primi separati da un unico numero."

Lo sviluppo della storia e' lineare e la narrazione scivola sotto gli occhi. Questa facilita' della lettura, questo suo scorrere non lascia molto a parte alcuni picchi sopratutto nella prima parte, dove l'eta' dell'adolescenza e' piu' amara e crudele. A tratti questa adolescenza crudele pero' e' gia' vista, gia' sentita, gia' letta. Manca quella crudelta' e quell'amara solitudine dei personaggi di Ammaniti. Anche con la crescita dei protagonisti il registro non cambia molto, e l'effetto delle solitudini dei numeri primi protagonisti della storia si perde lentamente fino alle ultime pagine dove non rimane quasi nulla.
A tratti sembra che la narrazione possa incidere l'anima del lettore che i personaggi possano diventare struggenti, invece nulla accade ed e' come se lo scrittore si perdesse e non riuscisse ad andare in fondo.
E' strano l'effetto che mi ha fatto questo romanzo, apparentemente intenso e ricco di emozioni all'inizio, e che scivola lentamente verso un vuoto emotivo nel finale. Solitamente i romanzi che funzionano meglio secondo me seguono il percorso inverso, per lasciare la soddisfazione alla fine della lettura.
La solitudine dei numeri primi e' un romanzo che non delude e non appassiona, finisce con l'ultima pagina letta. Non rimane nulla della storia, dei suoi personaggi e dei loro sentimenti. Non ha lasciato in me quello spaesamento e quel senso misto di soddisfazione e nostalgia che ho solitamente alla fine di un romanzo. La soddisfazione di aver assaporato una bel libro e la nostalgia di aver finito di leggerlo.

sabato 10 marzo 2012

Dance Dance Dance di Murakami Haruki


Dance Dance Dance e non si fa altro che danzare leggendo questo romanzo giapponese. Un racconto pieno di personaggi che sembrano materializzarsi realmente, di luoghi reali e di mondi paralleli, di sogni e immaginazione. Eventi violenti e magici. Incontri straordinari e surreali. Si respira quello che si respira nei film di Lynch.
L'apparente caos del racconto di Murakami narra la storia di un uomo che non ha mai trovato sè stesso e attraverso una serie di eventi e sopratutto l'incontro con alcune persone lo direzionano dalla parte giusta. Non è semplice il suo percorso, la strada è ricca d'imprevisti e di eventi drammatici. Prendere coscienza di sè stessi è proprio questo e l'autore riesce al meglio a comunicare questo suo messaggio, attraverso uno stile di scrittura avvolgente. Una storia fatta di frammenti, di eventi sconnessi tra loro. Un uomo capra, scheletri, prostitute e un albergo misterioso.
Probabilmente la nascita è un evento che non sempre definisce l'inizio della vita di una persona. In alcuni casi è necessario vivere una parte della vita per nascere veramente, per trovare quello che in realtà si vuole essere, quello che si vuole avere. Proprio questo fa il protagonista di questo bellissimo romanzo. Un affascinante viaggio in un Giappone che riesce a regalare delle sensazioni magiche.

venerdì 9 marzo 2012

Mr Vertigo di Paul Auster



Paul Auster ormai per quanto mi riguarda e' una certezza. Mi riconcilia con la lettura e rende preziosa l'attesa di rubare poche righe del racconto al tempo quotidiano. Un autore che romanzo dopo romanzo mi conquista con la sua narratività apparentemente lineare e asciutta ma ricca d'immaginazione che ti porta sempre altrove.
Mr Vertigo è una storia emozionante, una storia di prodigi e normalità, di voli e cadute. Di persone straordinarie e di persone normalmente straordinarie. E' il racconto di una persona che cresce e ogni fase della sua crescita e' contraddistinta da un'anima diversa: un bambino, un ragazzo e un uomo, tre persone che cambiano e che mutano nel corso degli anni ma che ritrovano la loro unicita' nel momento in cui l'uomo diventa anziano. Ogni generazione che attraversa plasma un sè diverso. Ogni evento ed episodio della vita di Walt diventa il tassello che gli permette di diventare realmente qualcuno, se stesso e non un altro.
Con questo romanzo Auster c'insegna a volare. Walt ci racconta la sua storia per farci capire cosa significa volare. Dopotutto secondo il protagonista del romanzo e' semplice anche se lui ci mette una vita a scoprirlo. Forse ci vuole una vita intera per capire la reale importanza del volo e trovare la capacità di affrontarlo...Bisogna lasciarsi svaporare. Eliminate ogni tensione muscolare, concentratevi sul respiro fino a sentire l'anima che esce dal corpo, e infine chiudete gli occhi. E' così che si fa. IL vuoto che vi si crea dentro il corpo si fa più leggereo dell'aria che vi circonda. A poco a poco, pesate meno di nulla. Chiudete gli occhi; allargate le braccia e lasciatevi svaporare. A quel punto, poco per volta, vi solleverete da terra. Ecco, così.

giovedì 8 marzo 2012

Riconciliarsi con la lettura


Adoro leggere. Adoro i libri e perdermi dentro di essi. Ci sono però dei periodi, che per fortuna capitano raramente, in cui trovo difficoltà a leggere. I motivi sono diversi ma penso che sia soprattutto dovuto alla lettura di libri non proprio entusiasmanti. In questi periodi si ha voglia di cercare il libro meraviglioso, l'autore che t'illumina la storia che ti strappa dalla realtà. Non c'è verso, e anche autori che potrebbero essere una certezza ti deludono o si scoprono troppo umani.
In queste delusioni letterarie inserisco in questo ultimo periodo Kafka ed Hemingway. Il primo non è una delusione in quanto autore ma una sorpresa negativa come uomo. Ho letto Lettera al padre e ho scoperto un Kafka molto umano, molto debole e con poco carattere. Un uomo timoroso della vita e di se stesso. Deve essere stato difficile per lui scrivere questa lettera perchè si mette completamente a nudo. La lettera è una sorta di ipnosi regressiva dove Kafka ritorna bambino o forse si rende conto di non aver mai raggiunto la maturità. Il libro è interessante perchè emerge una delle tematiche fondamentali di tutta la letteratura di Kafka: il rapporto con l'autorità. Alla fine della lettura rimane un senso di sconsolata amarezza per aver scoperto un piccolo uomo dietro un grande autore.
L'altra delusione, che conferma purtroppo il mio giudizio sull'autore, è Hemingway e il suo Il vecchio e il mare. E' un romanzo che probabilmente deve essere letto in età matura per apprezzarne la poetica e la storia. La storia di un uomo che nella fase finale della sua vita lotta contro se stesso e le fatiche della sua vita per affermarsi ancora come uomo e non solo come un vecchio. Poi c'è il mare così protagonista in questa storia, la sua presenza è ingombrante soprattutto per uno come me che non ha un rapporto simbiotico e di amicizia stretta con il mare.
Il racconto può essere affascinante ma lo stile dell'autore non è decisamente nelle mie corde. Dopo la lettura dei suoi Quarantanove racconti, Hemingway mi delude ancora. Forse un giorno chissà...
Ora aspetto il libro che mi riconcili con la lettura. Per ora come sempre non demordo e mi rifugio nella saggistica e nel tanto familiare e accogliente cinema.

mercoledì 7 marzo 2012

In acque profonde di David Lynch


Il libro di Lynch è un'insieme di frammenti, di pensieri sul cinema e sulla meditazione. Si alternano le sue idee sul cinema e sulla meditazione trascendentale. Un pò strana la struttura di questo libro che a volte risulta un pò macchinoso e non proprio fluido.
Ho letto questo libro con l'intenzione di scoprire un pò di più di Lynch. Forse volevo scoprire da dove venissero le sue idee, le sue immagini, i suoi suoni. Non si capisce chiaramente da dove emerga il mondo di Lynch ma c'è come la sensazione che sia lì dietro e si voglia svelare da un momento all'altro.
David Lynch è un autore straordinario. Il suo cinema e i suoi film ti portano altrove. I mondi paralleli sono all'ordine del giorno. Vedendo i suoi film ti domandi continuamente da dove possano provenire le sue idee. Non sono semplici da spiegare i suoi film, vanno solamente visti perchè sono un'esperienza visiva e sonora da vivere.
Lo stesso Lynch dichiara che il cinema non ha bisogno d'interpretazione e di spiegazione ma deve essere vissuto come un'esperienza sensoriale e mentale. Ho sempre pensato che il cinema di Lynch è un delicato massaggio alle terminazione nervose del cervello e per questo non mi ha stupito che da questo libro autobiografico non emerga la fonte delle sue idee. Emerge il suo modo di affrontare il pensiero, il suo modo di predisporsi e aprirsi alle idee che potrebbero arrivare. La meditazione per Lynch è anche questo, soprattutto quando si parla di arte.
Tra i frammenti del libro emergono le passioni di Lynch per Fellini, per Kubrick. Emerge la sua idea del cinema del futuro, un cinema digitale che deve poco alla narratività classica. Un cinema dove il suono ha ruolo predominante e dove l'esperienza della sala cinematografica può essere affiancata ad altre forme di fruizione.
In acque profonde non è un libro sul cinema ma è un libro su Lynch e sul suo modo di essere un'artista. E' probabilmente il modo migliore per parlare di Lynch. Le idee come frammenti sono il cibo del suo cinema e della sua arte e un racconto frammentato è l'unico modo per tentare di fissare Lynch sulla pagina stampata, nonostante lui sia profondamente visivo e sonoro.